Draghi con ogni mezzo

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Un Mario Draghi sinceramente e visibilmente emozionato ha esordito oggi al Senato, per il voto di fiducia, nel suo ruolo di Presidente del Consiglio. E, certamente, non abituato, forse sorpreso, a qualche mugugno o qualche parola urlata da qualcuno dei senatori.

Un discorso programmatico, il suo, che -seppur sufficientemente generico da non entrare in dettagli nei suoi 50 minuti – è parso molto più all’altezza della sua fama, rispetto al governo, quanto a presenze e nomi.

Certo, vedremo la concreta azione di governo che sarà svolta. Sicuramente alcune parole chiave sono le stesse sentite ad ogni insediamento di governo (per esempio la centralità delle politiche attive del lavoro). Ma l’impressione, nettissima, è che chi le ha pronunciate oggi abbia la totale consapevolezza di premesse, azioni e conseguenze, relative a ciascuna di esse. La stessa consapevolezza di chi è abituato a ragionare in questi termini e in termini di numeri e suoi significati. In scenari macroeconomici e continentali, più che sovranazionali.

E, sempre basandosi sul suo discorso programmatico, la linea di azione del suo governo pare chiarissima. Almeno oggi. E, probabilmente, molto più progressista di qualsiasi governo politico degli ultimi 20 anni.

Chiare e nette sono risuonate nell’aula di Palazzo Madama, infatti, quelle relative alle prossime generazioni (richiamate più volte), all’europeismo, alle disuguaglianze, a tutto quanto necessario (il suo noto whatever it takes, anche se mai pronunciato) per fronteggiare il cambiamento climatico e le necessarie azioni per lo sviluppo sostenibile e la transizione verde. In sintesi, una declinazione di quel Next Generation EU che, ben scandito, ha richiamato espressamente in seguito, nella seconda parte del suo discorso. E che è il motivo principale per il quale è stato chiamato in questo ruolo.

Affermando chiaramente che, pur restando il quadro generale, il Piano nazionale (di ripresa e resilienza) andrà approfondito e completato “con obiettivi che guardano al prossimo decennio e oltre” e “che devono arrivare al 2026“, limite temporale delle misure europee, ma anche “all’intermedio 2030 e al 2050”, limiti che l’UE si è data per “azzerare le emissioni di CO2 e dei gas climalteranti.

Quanto alle disuguaglianze, Draghi ha fatto cenno alla povertà e tutti i numeri degli ultimi tempi, antecedenti e successivi alla pandemia in corso; ai rischi derivanti dal prossimo termine del blocco dei licenziamenti; alla parità di genere (pensando “più che a farisaiche quote rosa, al riequilibrio delle condizioni competitive: gap salariale, sistema di welfare in primis che facciano superare la scelta famiglia/lavoro”).

Sugli investimenti pubblici, poi, il nuovo PdC vuole investire sulla “preparazione tecnica, economica e legale dei funzionari pubblici” per “accelerare la realizzazione delle opere, garantendo tempi e costi”. Riferendosi soprattutto alla manutenzione delle opere (pubbliche) e alla tutela del territorio.

Infine, parlando di riforma del fisco, ha giustamente affermato che la riforma fiscale dev’essere “complessiva e non per singole tasse” e che sarà orientata “alla progressività”. Tagliando, perciò, subito le gambe a tante ipotesi di flat tax o simili, provenienti da destra.

In premessa, Draghi si è riferito alla pandemia e al suo superamento “con ogni mezzo“. Il passaggio cioè dal suo Whatever it takes di respiro europeo (da presidente BCE) alla sua declinazione nazionale (da Presidente del Consiglio).

Vedremo quanto seguirà negli atti di governo. Ma se tutto questo sarà vero almeno per la metà della sua reale emozione dell’esordio, c’è da ben sperare. Nonostante la componente politica del suo governo sia non brillantissima, per non dire mediocre.

Avevamo parlato di un governo fantasy. Restando in tema, possiamo dire che da Palazzo Chigi a Bruxelles voleranno Draghi con ogni mezzo. E’, sicuramente, quello che ci auguriamo.

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