Istigazione al suicidio Eutanasia

Cassazione: Dare informazioni su fine vita in Svizzera non è istigazione al suicidio

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La sentenza della Corte su istigazione al suicidio

La Corte di cassazione, con la sentenza n. 17965 depositata ieri, ha accolto il ricorso del Presidente di Exit Italia, Emilio Coveri, condannato in appello a tre anni e quattro mesi di reclusione per presunta istigazione al suicidio di Barbara Giordano. La vicenda riguarda una conversazione telefonica del 2019 in cui la donna chiedeva informazioni sul suicidio assistito in Svizzera. Tuttavia, la Corte ha stabilito che non vi sono prove del coinvolgimento di Coveri nel potenziare l’intenzione suicidaria di Giordano.

Un’analisi critica della decisione

La V Sezione penale ha criticato la Corte territoriale per le “plurime lacune e fratture logiche” presenti nel ragionamento giuridico. Secondo la Corte, affinché si configuri il reato previsto dall’articolo 580 del codice penale, è necessario che l’azione autolesiva del soggetto passivo sia accompagnata dall’istigazione o dall’agevolazione del suicidio da parte del soggetto attivo. Tuttavia, la partecipazione morale contestata a Coveri rappresenta solamente un antecedente condizionante dell’evento, non una determinazione diretta della volontà della persona di compiere il gesto autolesivo.

La ricostruzione dell’evento

La sentenza impugnata è stata definita “inadeguata” nel chiarire il contributo effettivo di Coveri nel processo decisionale di Giordano. La Corte ha rilevato che le parole dell’imputato durante la conversazione devono essere specificamente orientate a rafforzare l’intenzione suicidaria della donna, non solo esprimere opinioni sul fine vita in generale. Inoltre, la Corte ha messo in discussione l’ipotesi di una presunta posizione di garanzia di Coveri nei confronti dei membri dell’associazione.

Un intervallo temporale significativo

Un punto cruciale sollevato dalla Corte riguarda l’intervallo temporale tra la conversazione del 2017 e il suicidio di Giordano nel 2019. La Cassazione ha evidenziato che, considerando la lunga distanza temporale, è necessario valutare con attenzione l’effettiva influenza delle parole di Coveri sul gesto compiuto dalla donna. Dal momento che i contatti con l’associazione si erano interrotti prima dell’evento tragico, la Corte ha contestato la relazione causale diretta tra la conversazione e il suicidio.

In conclusione, la Corte di cassazione ha rinviato il caso per una nuova valutazione, sottolineando la necessità di chiarire il ruolo effettivo di Emilio Coveri nel caso di Barbara Giordano e di motivare adeguatamente le ragioni che giustificano la presunta istigazione al suicidio. La decisione finale riguardo alla responsabilità dell’imputato resta ancora in sospeso, mentre si cerca di fare luce su una vicenda complessa e delicata che coinvolge questioni etiche e giuridiche importanti.

Cos’è l’eutanasia

Il termine “eutanasia” significa letteralmente “buona morte” (dal greco eu-thanatos) e indica l’atto di procurare intenzionalmente e nel suo interesse la morte di una persona che ne faccia esplicita richiesta. La Federazione Cure Palliative ne fornisce una spiegazione ancora più esplicita definendola come “l’uccisione di un soggetto consenziente in grado di esprimere la volontà di morire”. La richiesta di eutanasia, nei paesi dove questa pratica è lecita, viene soddisfatta dopo un percorso che permette alla persona di effettuare una scelta consapevole e libera.

L’eutanasia viene spesso utilizzata come sinonimo di suicidio assistito, sedazione palliativa profonda e sospensione dei trattamenti, ma tale non è: sulle loro differenze è opportuno porre massima attenzione.