Dal Ministero di Cingolani, via al Pitesai con le nuove trivelle

Pitesai e trivelle

Ripartono le trivelle in Italia dopo oltre due anni di moratoria. L’11 febbraio, il MiTE ha approvato il Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai), la mappa delle zone in cui è consentito lo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, sia in mare che a terra. Tra i vincoli principali, considerare solo le richieste arrivate dopo il 2010 (perché ritenute compatibili con i criteri attuali di valutazione d’impatto ambientale) e limitare le attività al gas escludendo il petrolio.

Secondo i criteri del Pitesai, il 42,5% del territorio nazionale è considerato area idonea per le trivelle.

Le aree idonee secondo il Pitesai

La zona copre 15 regioni: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana e Veneto. Con l’adozione del piano, inoltre, si potrebbero sbloccare circa 50 permessi di ricerca già presentati, per una superficie di 12mila km2 tra Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Molise e Puglia.

Le aree marine dichiarate idonee sono invece l’11,5% del totale nazionale, concentrate nel Canale di Sicilia, lungo le coste dell’Adriatico fra le Marche e l’Abruzzo, quelle di fronte alla Puglia e nel golfo di Taranto, e alcune zone all’altezza di Venezia. Fino all’adozione di questo piano, era possibile trivellare in linea di principio sull’intero territorio nazionale.

Oltre a sbloccare l’assegnazione di permessi esplorativi e di sfruttamento, il Pitesai dà nuovamente il via libera alla pratica dell’air gun. Si tratta di una tecnica di ispezione dei fondali marini che prevede, ad intervalli molto ravvicinati fra loro, di sparare aria compressa nelle acque marine. Attraverso le onde riflesse è possibile estrarre dati sulla composizione del sottosuolo. La tecnica però è molto criticata perché le onde generate dalla “pistola ad aria” interferisce con il comportamento della fauna marina, in particolare dei cetacei.

Le critiche al piano

Il Pitesai, scrive il MiTE, ha l’obiettivo di fornire regole certe agli operatori e di accompagnare la transizione del sistema energetico nazionale definendo le priorità sia in un’ottica di decarbonizzazione – in linea con gli accordi internazionali di tutela dell’ambiente e della biodiversità – che del fabbisogno energetico”. Per come è strutturato, è pensato anche per facilitare l’idea ventilata da Cingolani – e ripresa subito dopo da buona parte della politica – di raddoppiare la produzione nazionale di gas come soluzione emergenziale (la cui efficacia è perlomeno dubbia) alla crisi dei prezzi dell’energia.

Un approccio diametralmente opposto a quello suggerito da Legambiente, Wwf e Greenpeace, le 3 maggiori ong ambientaliste che proprio il ministero aveva coinvolto nel processo di definizione del Pitesai fin dal 2019. Secondo le associazioni, il MiTE avrebbe dovuto impedire il rilascio di nuove autorizzazioni e indicare un termine ultimo per ogni attività estrattiva. Inoltre, avrebbe dovuto stralciare subito alcune aree, tra mare e terra, dove la produzione è residuale (si estrae solo il 4% della produzione nazionale di gas, pari a 3 mld di m3) o sono limitrofe a zone protette ed ecosistemi fragili.

Le ragioni No Triv

Il Pitesai, invece, non fa nulla di tutto questo. Anche il vincolo alla sola estrazione di gas e non di petrolio è tutt’altro che solido, ragionava Enzo Di Salvatore del coordinamento No Triv a dicembre, dopo l’ok al piano da parte delle regioni. Un vincolo inapplicabile, sia perché contrasta con altre leggi vigenti (che non sono state cambiate) sia perché è impossibile sapere a priori che tipo di giacimenti si andranno a rinvenire.

Per Alessandro Giannì, direttore scientifico delle Campagne di Greenpeace Italia, il Pitesai è un piano inutile nell’ottica della decarbonizzazione. Riduce, sì, le aree dove è possibile estrarre gas: ma cancella dalla mappa solo quelle dove non ce n’è. Sarà vietato trivellare la Val d’Aosta, il Trentino Alto Adige, la Liguria. “Se l’obiettivo è davvero decarbonizzare l’economia entro il 2050, per farlo devi partire da un punto A e muoversi verso un punto B, che non prevede l’estrazione e il consumo di gas metano. Oggi, l’Italia parte dal punto A per tornare al punto A. È finzione, non Transizione Ecologica”, dice al Manifesto.

Fonte: Rinnovabili.it
Immagine: le aree idonee alle trivellazioni (in verde), secondo il Pitesai

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